I titoli in Borsa delle compagnie di navigazione stanno vivendo un periodo senza precedenti, grazie alla solida domanda di vacanze in crociera. Dalla fine del 2022, per esempio, il titolo di Royal Caribbean ha guadagnato il 392%, quello di Carnival il 205%, il titolo di Norwegian il 110%, secondo i dati di MarketWatch. Alla fine della scorsa settimana, però, sono stati registrati dei decisi cali: colpa delle parole del segretario al Commercio statunitense, Howard Lutnick, e della promessa che queste società «pagheranno le tasse», con l’amministrazione Trump. Ma questa promessa, come successo già in passato, cadrà inevitabilmente nel vuoto.
LE PAROLE DEL MINISTRO
Mercoledì 19 febbraio, parlando a un programma serale di Fox News, Lutnick ha detto: «Vedete mai una nave da crociera battente bandiera statunitense? Hanno bandiere di Paesi come Liberia o Panama. Nessuna paga le tasse». Società come Royal Caribbean, Carnival e Norwegian Cruise, tra i maggiori operatori di crociere al mondo, hanno generalmente un’aliquota fiscale effettiva molto bassa: nessuna di loro ha superato il 2% negli ultimi cinque anni, secondo i dati di Lseg, citati dal Financial Times. «Tutto questo finirà con Donald Trump. Quelle tasse saranno pagate».
LE LEGGI STATUNITENSI
Royal Caribbean, che ha il suo quartier generale a Miami ma è registrata in Liberia, ha scritto nel suo ultimo resoconto finanziario annuale che la maggior parte delle sue sussidiarie che operano le navi da crociera sono esentate dal pagamento delle imposte federali sul reddito generato negli Stati Uniti in base alla Sezione 883 dell’Internal Revenue Code (Irc), che è l’insieme delle norme fiscali federali degli Stati Uniti. Carnival Corporation e Norwegian Cruise Line, di base a Miami ma registrate, rispettivamente, a Panama e alle Bahamas, hanno fatto appello alla stessa sezione dell’Irc per l’esenzione dalle imposte. Esenzione assicurata, leggendo la sezione 883(a), alle società straniere che operano a livello internazionale nei settori aereo e navale «se il Paese in cui sono registrate garantisce un’esenzione equivalente alle aziende statunitensi».
PROMESSE DA MARINAI
«Sarà la decima volta negli ultimi 15 anni che un politico parla di modificare la struttura impositiva per l’industria delle crociere. Ogni volta, non si è andati molto lontano», ha scritto Steven Wieczynski, analista di Stifel Financial, in una nota ai clienti. Anche se pagano poche imposte sui ricavi aziendali, le compagnie di crociera «pagano ingenti somme» in tasse portuali, ha aggiunto. I porti statunitensi, come quelli in altri Paesi, tassano le imbarcazioni che attraccano. Secondo la Cruise Line Industry Association (Clia), associazione di categoria, le compagnie di crociera pagano circa 2,5 miliardi di dollari all’anno in tasse e commissioni.
Lutnick, scelto per guidare l’agenda trumpiana su commercio e dazi, ha detto che gli Stati Uniti vogliono abolire l’Internal Revenue Service (Irs), ovvero l’agenzia governativa deputata alla riscossione dei tributi negli Stati Uniti, e creare una «External Revenue System» per «far pagare gli altri».
L’INTRECCIO DI LEGGI
«Dal punto di vista tributario, l’industria delle crociere fa parte di quella dei cargo, per l’Irs. Questo significa che dovrebbero rigirare l’intero sistema tributario per arrivare a modificare il settore delle crociere, che rappresenta una piccola parte dell’industria dei cargo”», ha scritto Wieczynski. «Anche questa volta, non cambierà nulla», ha assicurato. Il presidente Trump si era espresso contro le società di navigazione già a dicembre, quando le aveva definite «società straniere» con «profitti record» a «caccia di ogni singolo centesimo», schierandosi con i lavoratori portuali nelle loro richieste contrattuali.
Anche Richard Clarke, analista di Bernstein, ha detto che cambiare le norme sarà molto difficile: «Il sistema regolatorio è complicato e riguarda anche accordi e trattati internazionali, che andrebbero rivisti», ha scritto in una nota ai clienti, citata da MarketWatch. «Non è una cosa facile da fare, in pratica, e non si capisce come i profitti possano essere potenzialmente ascritti agli Stati Uniti».
Secondo Clarke, un’altra ragione per cui, di fatto, le compagnie di crociera non pagano le tasse è il Merchant Marine Act del 1920, conosciuto anche come Jones Act, anche se è più corretto fare riferimento al Passenger Vessel Services Act del 1886, che richiede che le navi che operano tra due porti statunitensi siano state costruite negli Stati Uniti e siano di proprietà di un cittadino statunitense. Ma al momento non ci sono cantieri navali, negli Stati Uniti, che possano costruire le navi da crociera, in particolar modo le mega navi sempre più in voga, che possono essere costruite solo nei cantieri europei, in particolare in Francia, Finlandia e Italia. Per questa legge, quindi, le navi da crociera, per esempio, possono fare scalo in due città statunitensi solo se, tra una e l’altra, si fermano in un porto estero. «Cancellare questa legge aprirebbe alle imbarcazioni straniere e sarebbe una mossa molto antiprotezionistica, andando contro l’istinto dell’amministrazione Trump», ha detto Clarke.
Per alcuni, la risposta sarebbe avere navi battenti bandiera statunitense. Ma queste navi dovrebbero avere un equipaggio statunitense, a cui si applicherebbero le leggi sul lavoro statunitensi, con evidenti ripercussioni sui costi per le aziende e, di conseguenza, sulle tariffe per i clienti e sull’intera industria delle crociere. Al momento, secondo Forbes, c’è una sola nave da crociera operativa con bandiera statunitense: la Pride of America di Norwegian Cruise, che naviga esclusivamente alle isole Hawaii. Per riuscire a tassare le navi da crociera, insomma, servirebbero interventi a vari livelli legislativi.