by Letizia Strambi | 26 Febbraio 2025 7:00
Ci sono tour operator e agenzie di viaggi italiani che chiamano i corrispondenti a Valencia per chiedere se gli alberghi sono aperti dopo l’alluvione dell’ottobre scorso provocata da Dana[1], o per capire a che punto è la ricostruzione[2].
La verità è che in città non c’è proprio niente da ricostruire, e tutto è aperto dal giorno dopo l’alluvione. A essere colpito dal disastro climatico è stato, infatti, il territorio attorno alla città. Si è creato quindi un gigantesco equivoco mediatico a livello mondiale.
La ricostruzione, dunque, è in atto nell’hinterland valenciano, dove il governo spagnolo sta investendo per la rinascita post alluvione per una nuova urbanistica dai tratti omologati che riprendano la tradizione storica. Una sorta di paesaggio ideale, in cui per la prima volta verrà sperimentata un’architettura europea resistente agli eventi climatici.
Le infrastrutture sono infatti l’unica difesa da questi eventi meteo estremi, ed è proprio la canalizzazione (che ha fatto defluire l’acqua e il fango nei canali) ad aver salvato Valencia. Tanto più che il cuore pulsante della città è il Giardino del Turia, nato sul letto del fiume omonimo, deviato molti anni fa proprio per evitare le esondazioni. Vi era infatti stata una devastante piena nel 1957, dopo la quale venne creato un canale per modificare il corso del fiume. Ed è proprio sul suo letto che è stato edificato, nel 1986, il caratteristico parco che attraversa Valencia.
Nonostante la situazione di difficoltà nell’hinterland, la città si trova nella situazione di una decrescita del turismo che non ha giustificazione nella concretezza dei fatti. Dopo un periodo di lutto per i territori circostanti in cui risiedono parenti e amici dei valenciani, è ora il momento di ridare vita a eventi gioiosi, almeno in città, e con essi ripartire con la consueta calda accoglienza per il turista.
A questo scopo Valencia ha ospitato nei giorni scorsi un press tour con delegati da tutto il mondo, per far scoprire le sue attrazioni e i nuovi dettagli di cui si è arricchita la terza città della Spagna per popolazione e per turismo. Il capoluogo della Comunità Valenciana rappresenta di fatto la meta ideale per un perfetto short break tra storia e modernità architettonica, tra benessere ed enogastronomia, con il valore aggiunto del mare vivibile su un’immensa spiaggia costellata di palme.
Vicoletti con le botteghe artigiane, le linee equilibrate dell’urbanistica e l’architettura modernista, i tratti islamici delle cupole, l’eccesso delle chiese barocche trovano spazio nel centro storico di Valencia. L’ingresso ideale in questa zona della città è dalle Torri di Serranos: un luogo emblematico posto a simboleggiare il punto di arrivo dei forestieri dal cammino di Serranos, alcuni secoli fa. Le torri risalgono al Medioevo e sono una costruzione di difesa rimasta isolata dopo la demolizione delle mura della città, usate poi come prigione per i nobili. Entrare in città da stranieri passando sotto le torri contribuisce al protrarsi della tradizione e aiuta a immergersi nella storia.
In centro si può visitare la Lanja de la Seda, l’antico mercato della seta, che qui è stata la principale merce di scambio fino al 1800, oggi luogo deputato a ospitare eventi di grande portata.
La Cattedrale con le sue reminiscenze arabe fu costruita su un antico tempio romano in stile gotico e poi convertita in moschea. Conserva quindi numerosi elementi di epoche e culture diverse, dal romanico al barocco, dall’Oriente all’Occidente. Ma la chiesa più popolare per i valenciani è San Nicolas (il nostro San Nicola di Bari). Nonostante non sia il patrono della città – che invece è San Vincenzo Martire – sembra abbia fatto più grazie e miracoli di qualsiasi altro santo e quindi è il più amato dai valenciani.
Qui si ritrovano fedeli del luogo ad accendere ceri e turisti ad ammirare gli affreschi che vengono paragonati, con uno slancio arduo e improbabile, alla Cappella Sistina. Se si riesce a digerire il paragone, si rimane in ogni caso colpiti dallo stupefacente eccesso barocco che nell’insieme genera stupore. Per rinfrescarsi in un bagno di arte contemporanea si può passare dal Centro d’Arte di Hortensia Herrero. Oltre a un Mirò e due magnifici Roy Lichtenstein in cui riflettersi, ci sono una serie di opere che giocano con la luce, attrattive per avvicinare i bambini all’arte.
C’è poi il giardino del Turia, uno dei parchi naturali urbani più grandi della Spagna: uno spazio verde di oltre nove chilometri transitabili che attraversa la città. Vi si trovano da classi di yoga, scolaresche, innamorati, uomini d’affari in bicicletta. Il percorso è tratteggiato da palme e aranci, fontane e pini, piante aromatiche e stagni, percorsi sportivi e roseti. Questo giardino sintetizza il carattere di Valencia, assolata, semplice, vivibile con le sue piste ciclabili e il blu del mare e dei numerosi specchi d’acqua artificiale.
Percorrendo il giardino disegnato da diversi architetti paesaggisti si scorge l’intera città: dal Parque de Cabecera fino alla Città delle Arti e delle Scienze, che rappresenta la parte moderna di Valencia creata dal genio di Calatrava, che con le sue vele e le sue curve sembra muoversi quasi assecondando l’acqua e il vento.
L’antico letto del fiume Turia, su cui vive questo spazio verde, è attraversato da 18 ponti con i loro secoli di storia e ospita su entrambi gli argini i principali musei e monumenti della città. L’im- menso giardino, inoltre, confina con il Parco de la Cabecera e il Bioparco a ovest e sul lato opposto arriva all’Oceanogràfic, l’acquario cittadino. Nella Città delle Arti e delle Scienze, la parte mo- derna di Valencia, si trova il Palazzo de les Arts. Nel Parque de Cabecera si possono noleggiare piccole barche a forma di cigno e nei mesi estivi sfere per camminare sull’acqua e canoe. Esperienze senza dubbio indimenticabili.
E ora tre curiosità da scoprire.
Ogni cultura ha il suo modo di esorcizzare la morte dell’inverno e la Spagna non è da meno. A Valencia il 19 marzo si tiene l’evento conclusivo del periodo del festival delle Fallas, sculture che un tempo erano semplici fantocci con l’anima di legno e che oggi sono delle vere opere d’arte cui si lavora per tutto l’anno.
Ce ne sono di due tipi: le piccole per i bambini e quelle grandi per gli adulti. Molte sono commissionate da aziende ad artisti che le realizzano. Vengono esposte nei quartieri per poi essere bruciate nell’evento della pira. Tutte al rogo tranne due: le più belle. Le Fallas si possono ammirare alla Ninot Exhibition nella Città delle Arti e della Scienza. Una è dedicata a Dana, coperta di fango con un cuore nero; un’altra all’Italia con Pavarotti.
In molte città ci sono degli acquari, ma a Valencia c’è l’Oceanogràfic. Si differenzia dagli altri perché l’impegno non è tanto nell’esposizione in sé stessa ma nella cura degli animali. Il suo motto è “senza azzurro non c’è verde”. Vengono infatti preservati gli squali. Ne muoiono 180 al minuto nel mondo per mano degli uomini. Se si dovessero estinguere non ci sarebbero più predatori di pesci grandi che mangerebbero i pesci piccoli, veri sostenitori di tutta la flora marina a cui dobbiamo gran parte dell’ossigeno che respiriamo.
Nel Centro d’Arte di Hortensia Herrero l’ultimo quadro esposto è interattivo: un paesaggio giapponese creato da TeamLab (collettivo fondato nel 2001) “The World of irreversible Change”. Al suo interno si muovono diversi personaggi che, se vengono toccati, si irritano, cambiano percorso e atteggiamento; se questo avviene più volte, diventano violenti litigando fino a far guerra.
Si innesca un processo irreversibile: tutto brucia e gli uomini si uccidono, finché non rimane niente e la natura si riprende il paesaggio ricoprendo case e palazzi. Esposto a New York, il quadro ha visto innescarsi tale processo in un pomeriggio. A Valencia è nella sua fase di pace: incoraggiano, infatti, i visitatori a non toccarlo. L’opera muta con le stagioni, ma anche in relazione a quello che accade nel mondo. Ogni visitatore lo vedrà sempre diverso.
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